IL CLUB DEL DUBBIO – #3 – orgoglio senza giudizio

Gli ultimi mesi sono stati un pelino caotici, credo di essere giunta ad un apparente punto statico solo ora. Non so quanto durerà. Non molto, penso, ma finchè dura…

Di questa rubrica, del perchè, come nasce ecc. ne avevo già parlato qui. Detta in parole molto povere: una sera d’estate io e una mia amica siamo rimaste sul balcone di casa mia, ad imppiparci il cervello con dubbi teorici sull’umanità e l’esistenza.

Sì, ci piace andare al nocciolo delle questioni … in ogni caso, i dubbi erano dieci in totale. Questo era il secondo, ed eccoci qua.

Non molto tempo fa, avevo scritto qualche riga sul tema dell’orgoglio. Ve le ripropongo qui sotto, giusto per dare il via allo sproloquio di oggi.

deco1

Prendiamo il nostro orgoglio e lo culliamo. Lo accarezziamo delicatamente, come un neonato. Vorremmo proteggerlo da tutto. Dai malpensanti, i maldicenti, i malviventi. Da tutti i mali. Ce lo portiamo dietro, mano nella mano, facendo attenzione a dove mette i piedi. A chi incontra, con chi si scontra. Viviamo nella convinzione che il nostro nucleo d’ovatta non verrà mai esplorato da nessun altro.

Dimentichiamo, a volte, che nessuno resta neonato per sempre. Il nostro orgoglio cresce, inizia a prendersi le sue responsabilità. Fa scelte giuste, corre al riparo quando ne vede la necessità, proprio come gli abbiamo insegnato noi. In altri casi, fa di testa sua. Prende un dritto, lo segue, e sbatte contro un muro. Ci finisce contro talmente forte, da tornare a casa da noi in lacrime.

“Non fa niente…succede”, gli diciamo noi.

Succede, quando sbandieriamo la nostra indipendenza, e poi ci indigniamo se non ci offrono una cena.
Succede, quando dimostriamo rispetto incondizionato, però poi la casa non la puliamo noi.
Succede, quando ignoriamo che chi ci ha messo al mondo, in quel momento, ha guadagnato molti più diritti su di noi di quelli che ci piace pensare.
Succede, quando chi ci ha messo al mondo ci lancia addosso quegli stessi diritti, facendoli diventare nostri doveri.
Succede…un sacco di volte.

Dimentichiamo, a volte, che una linea sottile divide l’orgoglio e l’amor proprio. L’arte vera, è saperci ballare sopra.

deco2

Ammessa l’enormità del campo minato in cui mi sto addentrando, credo che una grande differenza tra l’orgoglio e l’amor proprio, risieda nella presenza o assenza di un’altra persona.

Mi spiego: mentre l’amor proprio è da intendersi come sentimento che si prova da sé stessi per sé stessi, difficilmente il nostro orgoglio viene “stuzzicato” dalla nostra persona.

Serve qualcuno. Un interesse, un collega, un amico, non importa: l’orgoglio si risveglia e mette mano alle armi, solo nel momento in cui è qualcun altro a tentare l’assedio.

Questa persona avrà, fosse anche per una frazione di secondo, il coltello dalla parte del manico. Potrà ferirci, e ciò che più ci disturba è non sapere quando e come avverrà. Non troppo il fatto di essere feriti, quanto di non poter controllare l’evento in sé.

Detto questo, non penso sia sano nè necessario imporsi di fare una scelta. Amare sè stessi senza orgoglio, o avere, per l’appunto, orgoglio senza giudizio.

Come già detto, l’arte vera è rimanere in bilico tra i due. Oscillando una volta di là, una di qua, ma sempre in equilibrio.

Più ragionevole sarebbe, allora, decidere a cosa dedicare più attenzione, quale punta delle due frecce al nostro arco vada affilata di più. Perchè va bene sbilanciarsi e ritrovare l’equilibrio, ma diciamolo, dopo un po’ oscillare diventa proprio ‘na rottura di coglioni.

deco1

Immaginiamo una vita con troppo amor proprio. Un eccessivo rispetto per noi stessi, tale da evitare qualsiasi tipo di gioco e strategia. Una noia mortale.

Un amore così grande, da ingabbiarci in un sistema solo nostro. Pareti di vetro, che ci separano fisicamente, ma non visivamente, dalla leggerezza dell’umanità.

Talmente concentrati sull’autoconservazione, da pensare di dormire ogni notte in una cella frigo. Come se il tempo non avesse peso, o lo avesse solo per noi.

Perchè è il nostro tempo e sono le nostre energie, e noi le adoriamo. Non un briciolo dovrà essere sprecato, per tutto ciò che chi interessa. E se gli altri hanno ritmi diversi, un po’ ce ne sbattiamo, ma il primo posto lo vogliamo lo stesso.

Avere troppo amor proprio è come correre quando la gara implica il camminare. Arriviamo primi, certo. Mentre tutti gli altri ci guardano come dei mezzi malati mentali.

Non abbiamo rispettato le regole, perchè noi stessi siamo la nostra regola, e questo non cambierà mai nei secoli dei secoli amen.

Noi siamo il nostro dio. Siamo noi a dettare una morale personalistica, tagliata su misura in base a quella che è la nostra esperienza. Tutto il resto, è ronzio di sottofondo.

Mentalmente viviamo sull’eremo di una montagna, dal quale guardiamo l’umanità intera come un triste agglomerato di azioni e reazioni, nascite e morti.

Ciononostante, il nostro corpo abita in una società che sistematicamente ignoriamo. Nelle rare volte in cui ci rendiamo conto di farne parte, iniziamo quella gara di cui sopra. Mentre la società continua a guardarci nella nostra vanagloria, passeggiando.

deco2

Immaginiamo ora una vita con orgoglio senza giudizio. Pillole di saccenza come cani sciolti, autostima a fiume in piena e botti di capodanno.

Un’eterna partita a scacchi, o a Risiko, dove un mossa è preceduta da una miriade di calcoli e considerazioni di probabilità.

Ci muoviamo con l’aplomb di Lenny Kravitz, col mignolo alzato. Proclamiamo una regalità che non si sa bene da dove arrivi, ma c’è. Punto.

Nessun colpo di stato per farla rispettare. Noi stessi siamo il nostro Stato, e sarà così per sempre nei secoli dei secoli amen.

Un’ansia clamorosa, nella paura di fare sempre qualcosa che possa compromettere la nostra immagine. Tutto ciò su cui, di fatto, si basa la nostra personalità.

Giochiamo in continuazione, anche con noi stessi. Siamo come i ragazzini che corrono per le vie disabitate di una città addormentata. Suoniamo i campanelli e scappiamo a rotta di collo, come se quel poveretto che abbiamo svegliato dormisse con un occhio aperto e un fucile sotto il cuscino.

Dettiammo mode, modi di fare e interi mondi. Nella gara di prima, cammineremmo come gli altri, ma cambiando velocità di poco o molto, in base all’utilità della persona che ci capita a fianco.

Siamo talmente calcolatori da pensare che “Un caffè, per favore” o “Per favore, un caffè” siano due frasi molto diverse, e solo con una potremmo avere il caffè offerto.

O un sorriso, un complimento, qualsiasi cosa possa nutrire quella palla di piombo che ci portiamo dietro con scritto “EGO” sopra.

Camminiamo in punta di piedi, quasi sempre senza sapere nemmeno il perchè.

deco1

La realtà rischia di essere molto più semplice. Ogni giorno, ci schiviamo o cozziamo insieme come tante palline dello stesso flipper impazzito. Ogni giorno. Al calar delle tenebre, quasi tutti rientrano a casa, chiudono le serrande, e l’amor proprio di quello o l’orgoglio dell’altro diventano istantaneamente un vago ricordo.

Gli unici che continuano ad averci a che fare, con l’orgoglio e l’amor proprio, siamo solo noi, con noi stessi.

Per quanto ci sforziamo di agire contro o in direzione degli altri, alla fine la chiusura della cassa saremo sempre e solo noi a farla, con la testa sul cuscino.

Il resto del mondo, al sorgere del sole, si alzerà dimentico di tutto, e continuerà a passeggiare.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...