In poche parole, ci hai investito troppo

Ci hai investito troppo“, mi ha detto mia sorella.

“Ci ho investito troppo”, ho detto oggi ad una mia amica.

Di quali relazioni interpersonali io stessi parlando, e in quale momento, poco importa. Mi fa appena un po’ ridere come un termine economico, e dai toni così pragmatici, potesse trovare spazio in un’argomentazione del genere.

Eppure, ci stava proprio bene.

Più passa il tempo, e più lo sento centellinare. Scivolare tra le mie dita come l’acqua quando nuoti.

Bracciata dopo bracciata, non c’è limite allo sforzo, ci stai comunque investendo troppo. Non ci saranno sconti, nè sottomissioni da proclamare o vincitori da premiare.

Ci stai investendo troppo, e questo è sbagliato. Non andrà a giovare nè te, nè l’altro, nè tantomeno l’economia mondiale.

Resterete in un perenne scambio di favori, in nome di un sentimento di cui molti hanno scritto e cantato in molti modi.

Oh sì, l’amore.

Per il tuo amico, per la tua amica, il tuo amante, tua madre, e anche per il fornaio di fiducia. Sempre d’amore si parla, e sempre se ne parlerà.

Non ci sarà confine allo sfacelo, continuerete ad amarvi fino a perdere il fiato.

In poche parole, sarete vivi.

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Abbiamo paura. Paura che un giorno tutti i nostri sforzi non saranno ricambiati, che qualcuno un giorno avrà dalla parte del manico un coltello letale.

Quello del risentimento, un credito assoluto in grado di battere qualsiasi valuta.

Temiamo che i nostri comportamenti possano non essere capiti, o quantomeno accettati. Barcolliamo in un corridoio vuoto e buio pesto, sbattendo contro le pareti.

Le gambe non reggono all’idea di non essere come gli altri si aspetterebbero, e quindi ci troviamo a vacillare, nell’affrontare un tragitto apparentemente semplice.

Certo perchè per vivere cosa servirà mai di più, del semplice respirare? Quanto potrà mai essere difficile arrivare in fondo a quel maledetto corridoio?

Ad ogni passo, il sentore di uno spintone, un ostacolo che ci faccia inciampare.

Ci abbiamo investito troppo. Per un attimo, fosse anche solo una misera frazione di secondo, abbiamo sperato che quella persona fosse esattamente su misura per noi.

In grado di farci ridere e piangere esattamente quando siamo noi a volerlo fare, non un minuto prima nè uno dopo.

All’altezza della situazione ogni qual volta questo lo richieda, e tendente alla demenza più totale quando non abbiamo voglia di riflettere.

Divertente, ma non troppo. Con un velo di serietà, ma che sia leggero. E soprattutto, sempre sempre sempre la sincerità, con noi, con sè stesso e con l’umanità intera.

In poche parole, abbiamo voluto la Luna.

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“Ci hai investito troppo”.

E il mio cervellino, in più di un’occasione, ha partorito un’unica, letale e lapidaria soluzione.

L’ingrediente segreto per potersi vivere con più serenità possibile quel marasma che sono le relazioni interpersonali, è solo uno.

Non bisogna aver paura di morire da soli.

Perchè è questo che ci fa inciampare, l’idea che in fondo al corridoio arriveremo soli, tristi, e a dirla tutta anche un po’ malandati, con tutte le volte che siamo caduti nel tragitto.

Abbiamo paura di morire da soli, e questo ci attanaglia le caviglie. Ci immobilizza in un’immagine che spesso fa più comodo agli altri che a noi stessi, indossando le vesti di un tragicomico personaggio.

Un soggetto che, indovinate un po’, al calare del sipario sarà comunque da solo.

E se fossimo davvero in grado di prenderci gli applausi dei due, duecento o duemila spettatori che siano, non avremmo così strizza di morire.

Smetteremmo di vivere ogni relazione come un neonato da batttezzare. Come se il suo, e il nostro, destino spirituale dipendesse da una scelta pregiudicante un’intera esistenza.

Chi sei tu, un cerotto da strappare o una cicatrice da mostrare con orgoglio? Diamoci il tempo necessario, e ne verremo a capo.

In poche parole, sapremo di che morte morire.

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