Orsi in biciletta e proverbi professionali

Era da un po’ di tempo che ci tenevo a raccontare questo episodio, ma molti fattori -circostanze, ozio, e altre varianti – mi hanno portato ad oggi.

Il che non è neanche male, considerato che è la festa del lavoro, ed è proprio di lavoro che parleremo.

Prima di tutto però, contestualizziamo: circa quattro anni fa, ero stagista nell’ufficio marketing di una grossa azienda.

Ringraziando la sorte, il mio ruolo di stagista non prevedeva solo fare fotocopie, o portare dei caffè a riunioni troppo importanti per essere anche solo concepite dal mio innocuo cervellino di neolaureata alla triennale.

Il mio lavoro prevedeva incarichi anche di un discreto spessore, alcuni dei quali poi erano sotto la mia completa gestione.

Il tutto era comunque proporzionato al mio ruolo in quell’ufficio, ma devo dire che sono tutt’ora molto soddisfatta di quell’esperienza.

C’erano molte cose che non sapevo, davvero tantissime. In un certo senso, quello stage ha avuto su di me, metaforicamente, l’effetto di uno schiaffone in pieno viso.

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Per prima cosa, non sapevo lavorare. Avevo già fatto qualche lavoretto, ma lavorare è un’altra cosa.

A voler essere più specifica ancora, non avevo l’organizzazione mentale del lavoro.

Quel fattore che ti porta a prevedere quello che succederà, e ti abitua a controllare quello che stai facendo.

 

Sono una persona terribilmente smemorata, e il lavoro mi ha messo davanti ad uno scoglio enorme, che prima era sempre stato schivabile in qualche modo.

Cosa ancora peggiore, io mi ritengo una persona sveglia. E questo, fidatevi, può essere un problema.

Perchè essere svegli, così come sapere di esserlo, ti porta involontariamente a pensare che, comunque vada, ci salterai fuori.

In quel preciso momento, stai saltando a piè pari un’infinita gamma di possibilità di rimanerci in mezzo. E state pure certi, che qualcosa vi fotterà alla grande, prima o poi.

Non importa se nove volte su dieci vi va bene: alla decima, tutto andrà in vacca. E sarà la volta in cui, oltretutto, vi sentirete terribilmente idioti.

 

Rimanendo sul piano tecnico, un’altra cosa che ho imparato è il trattare tutti i compiti con la stessa importanza e cura.

Sicuramente tra tutti i compiti che dovevo svolgere c’erano quelli fondamentali, quelli più “automatici”, e quelli che, diciamocelo, se sbagliavo non se ne accorgeva nessuno.

Eh no. Quei compiti lì, quelli che sembrano più inutili o noiosi, saranno quelli che vi perseguiteranno ovunque, se non li svolgete subito.

Arriveranno fuori dalla porta dell’ufficio, dell’azienda, se sarà necessario. Vi faranno entrare in un turbinio infinito di rotture di coglioni.

Soluzione: farli tutti, subito, e non doverci pensare più.

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Esaurita questa breve descrizione di quello che ho imparato nella pratica del lavoro, direi che possiamo parlare dell’aspetto più umano.

Per dire: io non avevo mai avuto dei colleghi. Entità che, ancora oggi, vedo come esseri umani, potenzialmente amici ma non per forza, con cui comunque devi passare il tuo tempo.

Ed è bene che ti stiano simpatici, o che tu stia simpatico a loro, altrimenti è davvero pesante.

Il mio ufficio era tutto al femminile per la maggior parte del tempo, il che potrà avere tanti pro, ma anche molti contro.

Oltre al fatto che le mie colleghe fossero ben più grandi di me, è stata dura all’inizio fare parte del gruppo.

Come vi dicevo, io non sentivo di dover fare amicizia con loro, ma almeno essere considerata parte del ufficio, diciamo che mi sembrava la base della civiltà.

Anzi, agli esordi, si parlava anche solo di essere considerata. Punto.

La realtà mi ha sbattuto in faccia l’ennesima difficoltà, ovvero quella di riuscire a “fare comunella” con chi, davvero, di calcolarti non ci pensa proprio.

Al di là di tutto ciò che è stato, non mi sento di giudicarle per nulla, tranne che per una cosa.

Ovvero il fatto che non c’era persona, giovane o vecchia, alta o bassa, magra o grassa, che potesse entrare in quell’ufficio e uscire senza che loro, chiusa la porta, commentassero qualcosa.

Qualsiasi cosa. Le scarpe, la sua insolenza, la simpatia, il marito, la moglie, il figlio, il cane, quello che aveva mangiato a pranzo e il film che aveva visto al cinema.

Chiunque tu fossi, non avevi scampo. Si sarebbero aggrappate a qualsiasi cosa, anche a come ti eri grattato il naso in quei pochi metri quadri di ufficio, in quel minuto di presenza.

Che voglio dire, col bene che ti voglio … ma una tazzina di cazzi tuoi bevitela ogni tanto, no?

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A questo punto, credi di avervi dato una panoramica abbastanza dettagliata da farvi capire come mi sentissi i primi mesi.

Vi garantisco che, ad oggi, certe cose mi sembrano scontate o prive di importanza. In quel periodo però le cose per me erano davvero difficili.

Sono una persona che ha bisogno di esercitare la sua empatia, per sentirsi a suo agio con l’ambiente circostante.

Pensate a quello che ho detto prima, e immaginatevi l’empatia … a palate, proprio.

Col tempo ho imparato a misurarla, cercare i posti e le persone giuste per poterla allenare ai ritmi che piacciono a me, e ignorare il resto.

In quel frangente, però, diciamo che la mia carica empatica era tanto alta quanto incosciente delle sue potenzialità.

Come si suol dire, c’è una prima volta per tutto.

Insomma, in quel primo periodo non stavo benissimo. Ero molto triste, spesso demotivata, e a tratti arrabbiata. Con me, quando sbagliavo, con loro alle volte. Con tutti, quasi sempre.

L’unica cosa che non permettevo mai a nessuno, era far vedere che stavo male. Mi sarei cavata gli occhi e la lingua, piuttosto.

L’empatia era da addomesticare anche, forse soprattutto, con me stessa.

Qui arriviamo, all’episodio che volevo raccontarvi. Quando andai dal postino.

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In azienda c’era una persona che si occupava di gestire tutta la posta cartacea. Non voglio dire il suo nome, e non so il titolo professionale, quindi lo chiameremo “il postino”.

Quella mattinata era stata decisamente pesante, per gli standard di cui vi parlavo. Non mi ricordo cosa fosse successo di preciso.

Un po’ tutto, e tutto insieme, credo. Sbagli miei, frecciatine loro, clima gelido. Ero ad un livello di sopportazione massimo, diciamo.

Stavo per scoppiare. Dovevo scoppiare, da qualche parte che non fosse l’ufficio. Ma dovevo.

E niente, sono andata a consegnare una lettera da inviare, “il postino” mi dice che ho sbagliato francobollo, e boom. Scoppio a piangere come una disperata.

Ma a dirotto, non sto scherzando.

Immaginatevi questo pover’uomo, che si ritrova una di vent’anni a singhiozzare come un’ossessa, e magari si sente pure in colpa per avermi detto che il francobollo era sbagliato.

“Il postino” era dell’est, e non parlava molto.

Faceva il suo lavoro: arrivava, buongiorno, consegnava, una firma qui per favore, grazie e arrivederci.

Neanche lui, ovviamente, si era salvato dalla lapidaria telecronaca delle mie compagne di merende.

Essendo così distaccato poi, per carità, era carne da macello. Silenzioso, anonimo, e pure immigrato. Se il mio ufficio si fosse messo a giocare a carte col personale dell’azienda, lui sarebbe stato il Jolly.

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Si dà il caso, comunque, che “il postino” così “anonimo” diede alla qui presente cogliona singhiozzante (in successione): fazzoletti, pacca sulla spalla, merendina, bottiglietta d’acqua, caffè e sigaretta.

Mica male, per un anonimato.

Mentre fumavamo una sigaretta, per tranquillizarmi un attimo data l’isteria del momento, mi fece sfogare un po’.

Non gli raccontai per filo e per segno la situazione. Cercai comunque di descrivere come il mio ruolo in quell’ufficio fosse minato per un 50% dalla mancanza di empatia, e per l’altro 50% dalla mia effettiva poca dimestichezza col lavoro.

Mi disse, innanzitutto, che non dovevo permettere a nessuno di trattarmi male. Non solo, non dovevo nemmeno dare a nessuno i motivi per farlo.

Questo voleva dire anche imparare a non abbattersi se si commettono degli errori. Che spesso le cose, per essere imparate davvero, vanno prima sbagliate.

Con una certa solennità, mi disse anche: “Ricordati anche che se l’orso del circo ha imparato ad andare in bicicletta, tu puoi imparare qualsiasi cosa”.

Mi rendo conto che questa frase possa sembrare un proverbio da scatola di cioccolatini.

Considerato poi che “il postino” veniva dall’est Europa, forse ve lo starete pure immaginando recitato con l’accento di Zio Boris, del cartone animato “Balto”.

Però vi giuro, che in quel momento è stato davvero magico. Soprattutto per il suo anonimato l’ho ringraziato tantissimo, ancora ci penso ogni tanto alla nostra conversazione.

Non ne abbiamo più avute molte, ad eccezione di quando ci incrociavamo per i corridoi o di quando sono andata a salutarlo alla fine dello stage.

Non è nata un’amicizia, nè prima nè dopo quest’episodio. Eppure “il postino”, nel suo ruolo di Jolly, mi ha fatto vincere la partita

Perciò io ve la butto lì, oggi che è la festa del lavoro. Un consiglio per quando state lavorando, sbagliate qualcosa, e iniziate a pensare che tutto sia storto.

In quel momento, pensate ad un orso del circo che va in biciletta.

Se proprio non vi aiuta spiritualmente, forse almeno un sorriso ve lo strappa.

A me sì.

 

 

 

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