Intervista a mia nonna – 25 aprile 2018

Oggi avevo molte cose da fare, tra queste c’era celebrare in qualche modo la Festa della Liberazione. Mi sono chiesta come, e avevo già pensato di scrivere qualche riga a riguardo.

Ho deciso, alla fine, di intervistare la persona più antifascista, autenticamente testimone dei fatti, che fosse di mia stretta conoscenza.

Mia nonna.

Quello che racconterò qui lei lo ha detto a me, per me.

Non fraintendetemi, non sto saltando a piè pari le sue volontà, e credo anche di essere riuscita a spiegare in maniera efficace cosa sia un blog a una signora di 89 anni.

Quello che racconterò qui lei l’ha riferito per me, perché io lo sapessi e lo potessi scrivere. Ma credetemi se vi dico che non le mette il cuore in pace poter dire ad alta voce quello che è successo.

Approfitto inoltre per puntualizzare che ognuno ha la sua storia di famiglia, partigiana o fascista.

Questa è la mia, è quella di mia nonna, e anche un po’ dell’altra nonna che purtroppo non c’è più, ma aveva comunque sposato un partigiano.

È la mia famiglia, e per quanto i dati, le date e i fatti storici spesso parlino per entrambe le fazioni, non chiedetemi da che parte sto.

Detta onestamente, mi sembra scontato.

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Mia nonna si chiama Ricciarda Caprari, ed è nata a Reggio Emilia il 22 marzo del 1929.

Tra le annate fondamentali della sua vita rientra indubbiamente il 1956, precisamente il 29 maggio, giorno in cui è nato mio padre.

C’è anche il 1942, anno in cui mia nonna compiva il suo tedicesimo compleanno, per poi qualche mese dopo spostarsi a Montalto diventando la figlia acquisita di sua zia vedova – che a suo volta, aveva già 11 figli.

In quel periodo mia nonna ha imparato tante cose. Ha iniziato a caricare le botti sui carri per andare a prendere l’acqua, portava i secchi di latte al casello, sistemava l’erba sui carri nei campi.

Non ha mai imparato a mungere le mucche, ma a pulire la stalla sì.

Una cosa, però, che ha imparato se l’è portata dietro, fino ad oggi: non poterti fidare di nessuno. Nessuno. Alle volte, nemmeno di te stesso.

Ha mangiato pane e latte ogni mattina, per arrivare fino a sera coi maltagliati che faceva sua zia, raccattando in giro per l’orto le verdure che riusciva.

Perché se si doveva contare sull’etto/etto e mezzo di pane che il Comune rilasciava al giorno per persona, un po’ di fame la facevi, e quindi ti dovevi arrangiare.

Ha dormito ogni notte su materassi riempiti di foglie di granturco, smuovendoli un po’ prima di stendersi, e dormendo in sei in un letto con i piedi dell’altro in faccia.

Si è dimenticata, in sostanza, della vita da città, e niente le faceva più così impressione.

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Mia nonna non è quella che definirei una persona solare. Per niente. È dolce, mi adora, ma non rispetta alla lettera il canone di nonna paciosa, morbida e ridanciana che si potrebbe avere.

È il genere di persona che quando una cosa ti va bene è una benedizione o un colpo di fortuna, perché potrebbe sempre andare peggio.

È il genere di persona che se poi le cose vanno peggio, rimane impassibile.

È il genere di persona che “ha fatto la guerra”. E lo ammetto, io delle volte me lo dimentico. Non lo faccio apposta, ma lo faccio.

Ci sono ancora delle volte in cui la sua visione pessimistica dell’esistenza mi dà sui nervi, oppure non arrivo a comprenderla.

Mi chiedo: “Ma perché?”, la spingerei fuori dalla finestra a farle vedere che c’è il sole e che il mondo alla fine non fa così tanto schifo.

Un racconto dopo l’altro, non solo oggi ma in tante altre occasioni, il mio perché non era più così dovuto.

E io, onestamente parlando, mi sentivo sempre più ebete e ingenua, al confronto con la sua storia, o di tanti altri, di ieri e di oggi.

Mia nonna ha (anche ora ad 89 anni, ma l’ha sempre avuta) una capacità di reazione agli eventi della vita che non ho mai colto del tutto.

Perché? Tra i tanti, ecco alcuni perché.

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I due fratelli maggiori di mia nonna erano partigiani.

Uno, il più grande, all’età di 23 anni, non ancora militante ma sicuramente non parteggiante per il fascismo, venne portato più volte alla sede del partito per essere carinamente convertito, obbligandolo a bere dei bicchieroni di olio di ricino.

Più tardi, da militante partigiano, venne mandato in carcere. Altri suoi compagni furono spediti al confino a Ventotene, o sorpresi per strada coperti da un mantello e ricoperti di botte.

Lui, quando venne arrestato, fu torturato a Villa Cucchi, dove la modalità di tortura media era la scossa elettrica, o l’essere stesi nudi su un tavolo mentre dei sigari accesi venivano spenti sulle parti più delicate del tuo corpo.

Lui è sopravvissuto, ma potrete immaginare che non fosse così scontato.

 

L’altro fratello, più giovane, di circa 18 anni all’inizio della guerra, iniziò la carriera militare. Iniziata, appunto, e mai finita. Tornò a Reggio e fu considerato disertore, prima di diventare partigiano.

Catturato durante una delle tante retate, finì su un pulmino diretto a Carpi, da dove poi sarebbero tutti stati mandati nei campi in Germania.

Nella sfortuna, ha avuto la fortuna di essere sistemato sul piano in alto del tetto, non dentro il pulmino. Si è buttato giù, approfittando di una curva, e si è solo rotto un piede.

Iniziata la sua collaborazione coi partigiani nell’Appennino Tosco-Emiliano, ci fu un giorno in cui raggiunse mia nonna nella casa di Montalto.

Aveva addosso vestiti inglesi, dati dagli alleati, fradici e pieni di pidocchi. Mia nonna cominciò a bollirli nell’acqua per disinfettarli, quando arrivò un tedesco che stava nella casa patronale lì a fianco, a parlarle.

Mia nonna annuiva, non capiva una parola di tedesco, l’unica cosa chiara era che se quell’uomo avesse visto i vestiti inglesi di suo fratello, ci sarebbe stato poco da pregare.

Il giorno dopo sua fratello partì, nella vallata bianca tra Montalto e Regnano, a piedi. Un puntino nero in un mare bianco, talmente visibile da fare davvero tremare e pregare che nessuno lo vedesse.

E mia nonna alla finestra, col cuore fermo.

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Il cuore fermo lo aveva anche quella volta in cui doveva consegnare una rivoltella da una parte all’altra del centro.

Era scesa a Reggio per comprare delle prugne. Le sistemo tutte in un cestino, e le venne dato questo compito in più, perciò nascose l’arma in mezzo alle prugne e si avviò.

La strada non era lunga, se non fosse che incontrò un blocco di controllo all’altezza di via Roma, e un soldato mise la mano dentro il cestino per prenderle qualche prugna.

 

Cuore fermo.

 

Oppure anche un’altra volta, verso la fine della guerra, quando in centro fecero un rastrellamento e misero lei come almeno altre venti persone contro un muro.

Fermi. Chi piange, chi tace, chi non ci riesce, ma dovevano stare fermi. C’era un tedesco a controllarli per questo, nell’attesa di decidere cosa fare.

Fu sempre quello stesso soldato a distrarsi un attimo, una frazione di secondo, che però ha permesso a mia nonna – ultima della fila contro il muro – di voltarsi e cominciare a correre, così forte come non ricorda di aver mai fatto in vita sua.

 

Cuore fermo.

 

Quella volta in cui, sempre tornando a Montalto, si rifugiò in una piccola buca in un campo per evitare i colpi di mitra durante un attacco degli alleati inglesi.

 

Cuore fermo.

 

Ci fu anche quella volta in cui il copertone della sua bici si ruppe, ma il coprifuoco andava rispettato. Una signora si offrì di ospitarla fino al mattino seguente, dicendo che avrebbe avvertito suo padre.

Quella signora era una sconosciuta. Lei aveva due fratelli partigiani, e si sa che le voci corrono. Ti puoi fidare? Sta davvero chiamando tuo padre, o qualcun altro?

Andò tutto bene, ma per un attimo, anche lì, le si fermò il cuore.

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Il 25 aprile del 1945 mia nonna si trovava a San Giovanni di Querciola, ospite da una famiglia con la quale si sdebitava facendo la donna di servizio.

Le cannonate e l’arrivo degli alleati si percepivano sonoramente già da un po’, ma fu quello il giorno in cui poté correre giù dalle scale, infilarsi le scarpe e correre ancora a Montalto, dove si era trasferito anche suo padre.

Tornarono in città due o tre giorni dopo, portando con loro tutto il possibile da quello che per molto tempo, più che una casa, era stato un rifugio.

Fecero ritorno in una Reggio Emilia quasi deserta, ma coi cuori che battevano.

 

 

 

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