La teoria degli zaini da montagna

Ho – o meglio, avevo – un foglio appeso in camera mia di fronte al letto, ben piazzato in modo da vederlo appena mi sveglio.

C’è scritto: “Ama il tuo piccolo mondo, e accetta quello grande”.

Per quanto possa magari avere un effetto da “post-it di Francesco Sole”, vi posso giurare che è una tecnica abbastanza vincente.

L’avevo già testata in un periodo un po’ ansiogeno, e devo dire che ha dato i suoi frutti. Mettersi una frase stampata sul muro, spesso fa stampare quel concetto in testa.

Sembrava una stronzata anche a me, ma non lo è più.

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In ogni caso, la teoria degli zaini da montagna è una delle mie teorie che mi aiutano a vivere meglio.

Nel caso ve lo stiate chiedendo: il fatto che io campani per aria delle teorie di tanto in tanto non è la cosa più strana che faccio.

Potrei dirvi, ad esempio, che mi piace alzare il volume della televisione solo per multipli di cinque, e per strada ogni tanto mi imbambolo a camminare solo sulle mattonelle dello stesso colore.

… MA COMUNQUE, perchè soffermarsi su questi dettagli.

La teoria degli zaini da montagna parte da qualcosa che qualcuno mi ha detto una volta – ciao papà.

Lui non se lo ricorda di sicuro, ma quando ero una giovane sbarbina e dovevo andare a fare una gita in montagna, non sapevo che zaino prendere.

Non c’era una mezza misura, gli zaini che avevamo in casa o erano enormi o minuscoli.

A quel punto lui mi ha giustamente fatto notare che “nel grande ci sta il piccolo, ma nel piccolo non ci sta il grande”.

Ho preso lo zaino grande, quella volta. Eppure quel ragionamento così logico mi è tornato alla mente anche negli ultimi tempi.

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– PICCOLO APPUNTO RISERVATO AGLI ESPERTI E AMANTI DELLE GITE IN MONTAGNA: lo so che una gita implicherebbe molte più preparazioni tecniche, del tipo “ma siamo in tenda? quanti giorni stiamo via? dove andiamo?” e via dicendo.

Allora: non prendetevela, ma io sono talmente pigra che per andare a buttare la spazzatura a momenti prendo la macchina. Anzi, credo che la roba delle mattonelle mentre cammino derivi dal fatto che sono talmente scocciata di camminare, da dover trovare un passatempo.

E comunque, non avrò avuto neanche dieci anni, quindi al massimo era la gita con la classica combo “borraccia-pranzo al sacco-kway”.

Come vedete, ero già in ansia.

Probabilmente è stata l’ultima gita in montagna della mia vita. –

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Secondo la mia sfavillante teoria, c’è una parte di noi che è solo nostra, e rientra in un piccolo mondo di nostra giurisdizione.

Quello che potrebbe stare perfettamente nello zaino piccolo, appunto.

C’è poi un’altra parte che buttiamo fuori, nel mondo grande, e che riempirebbe uno zaino enorme.

In che misura queste due parti siano complementari rispetto alla nostra unicità, dipende dal carattere.

C’è chi urla al “mondo grande” ed esteriore la propria personalità, sbandierandola senza esitazione da continente a continente.

Altri la cullano premurosamente, facendola uscire appena fuori, in giardino.

Non c’è un criterio migliore o peggiore, ognuno prende le proprie misure. La vera magia, infatti, non è decidere quanto spazio ogni parte andrà ad occupare.

E’ stare in pace con entrambe, singolarmente.

Parlo soprattutto della parte più intima, del nostro piccolo mondo. Perchè, come dice giustamente Mirco: nello zaino grande può starci il piccolo, ma nel piccolo il grande non ci starà mai.

Inutile provare ad accoglierlo tutto, sperare che non ci lasci ascoltare i nostri stessi pensieri più fastidiosi.

Non ci starà mai, è troppo grande. Finiremmo col tirarci dei pugni sopra, schiacciandolo fino a fargli assumere una forma innaturale.

Tutto solo per poterlo chiudere … per poterci chiudere.

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A questo proposito, vi dirò anche che domani mi trasferisco e non sarò più a Bologna.

Non che sia una notizia di chissà quale portata, ma è attinente a quello che sto dicendo.

Bologna è una città che mi ha dato tanto. Non so se posso parlare di una reale esperienza “da fuorisede”, ma è stata comunque la mia.

Ci sono angoli della città che mi fanno sorridere sempre, quando mi capita di passarci.

Questo mi fa sentire di aver davvero vissuto questa città, ma sotto sotto non sento di averla mai abitata.

Ho assorbito la sua energia come una spugna, per quelli che erano i miei interessi e possibilità, ma ancora oggi non la definirei “casa”.

Perchè la motivazione che mi ha portato qui quattro anni fa, molto semplicemente, non prevedeva una “casa”.

Ne voleva dieci, cento, mille. Voleva prendere tutto e tutti, strappare le tende di un domicilio ormai vecchio e che puzzava di stantìo, per far entrare aria e luce.

Non mi piaceva il mio piccolo mondo, il mio piccolo zaino mi sembrava insignificante, e l’ho cacciato in fondo a quello grande, senza farci più troppo caso.

Ora non so dirvi esattamente cosa sia cambiato, sarà che il mio “animo antico” – uno dei modi new age per dire che sei vecchio dentro – ha preso il sopravvento.

Sarà che sono stanca, o più sveglia, o ancora ingenua … ma mi serve una pausa.

Quello che voglio fare, adesso, mentre continuo a “passeggiare in montagna”, è mettermi un attimo seduta all’ombra, aprire il mio zaino gigante e capire dove cazzarola è finito quello piccolo.

Dov’è?

Ma soprattutto, come sta?

 

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