Il ragazzo Alfa del forno Melli

Questa è la storia di una che, per l’ennesima volta, non è riuscita a farsi gli affari suoi.

Era un giorno di metà dicembre. Mi sono presa un caffè, mentre aspettavo che aprisse il fioraio per ritirare la corona d’alloro per la mia laurea.

Ero seduta al forno Melli di Reggio Emilia, nei tavolini fuori. Guardavo Piazza San Prospero mentre si riprendeva dal mercato di quella mattina.

Ho capito che amo le piazze che ospitano i mercati cittadini, ma solo dopo, quando il mercato è finito.

Quando non c’è quasi nessuno, ma il brusio e la gente e le carrozzine e tutti i passi delle persone tra i banchi è come se ancora li potessi vedere.

Nel tavolo accanto al mio si sistema un gruppo di ragazzi, quattro o cinque maschi e due femmine.

Non gli avrei dato neanche vent’anni – considerazione che mi fa sentire, a tratti, con un piede nella fossa.

Un dettaglio fondamentale di questo allegro gruppetto di sbarbini, è che non hanno potuto fare a meno di mettere la musica dal cellulare a un volume discretamente alto.

Quindi io non ho potuto fare a meno di notarli.

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Uno dei ragazzi, biondino carino e mediamente alto, almeno credo, parlava un po’ più forte degli altri.

Anzi, a dirla tutta parlava solo lui. Il che ci porta, col consenso del pubblico, a nominarlo elemento Alfa del gruppetto di sbarbini.

Uno di quelli che la sa lunga, dall’alto della sua patente appena presa e dei Long Island che si scola il sabato sera, pur alzandosi la domenica mattina fresco come una margherita di campo.

Sì, c’è un pelo d’invidia.

Non so di preciso di cosa stia parlando, ma non posso fare a meno di sentirlo.

“Oh, il 23 ci vediamo che festeggio la fine dello stage. Mi faccio una tipa per ogni giorno che ho perso a lavorare otto ore al giorno”.

…ah, meno male.

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Di fronte a questa frase, ci sono molte cose che andrebbero considerate.

Innanzitutto, che io questo ragazzo non ho la minima idea di chi sia.

Mettiamoci pure che per me non è un periodo molto rilassato – e se volete leggervi qualche pippa mentale al riguardo potete dare un’occhiata al mio ultimo post.

Saltiamo anche l’aspetto sessista/femminista/maschilista e qualsiasi cosa finisca con -ista. Perchè ce ne sarebbe da dire, ma non è questo il giorno.

Diciamo anche che, come già considerato, si parla di un diciottenne o giù di lì. Elemento Alfa della sua allegra compagnia, per di più.

Voglio dire, c’è un ruolo da rispettare, non si diventa elementi Alfa perchè si scende dal letto la mattina col piede giusto.

E’ una posizione da guadagnare ogni giorno la sua, anche attraverso considerazioni di questo tipo.

Diciamolo pure, è immaturo. E data la veemenza, per cui sembra che si voglia scopare anche una serratura della porta, molto probabilmente è ancora vergine.

Perchè noi avremo anche il fegato malridotto, ma la distinzione tra chi le cose le fa e chi le sa solo ricamare ormai la conosciamo.

Consideriamo tutto questo. Aggiungeteci anche che io, alla fine, i cazzi miei me li potrei pure fare. Avete ragionissima.

… ma anche no!

Quindi, di fronte a tutte queste variabili, assumiamo che il mio giudizio su quel che ha detto il ragazzo Alfa del forno Melli possa essere influenzato.

O magari potrebbe non esserci proprio, un mio giudizio.

Ma sapete cosa? ‘Sticazzi.

Io ti giudico. Alla grande, che ti giudico.

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Sì sì, lo faccio. Perchè io sono d’accordo, sul fatto che bisogna essere comprensivi, empatici.

Sul rendersi conto che “tutto il mondo” non è “una persona”, e che comunque noi stessi non giriamo con la verità in tasca, la moralità nella borsa.

Però, a una certa, non ce la si fa.

E giudico il ragazzo Alfa del forno Melli. Ne giudico uno, perchè in giro di Alfa ce ne sono parecchi, ci si fa tutto l’alfabeto greco.

Stanno là a mimetizzarsi nella generazione che ha tradotto lo slogan “Yes we can” con “Daje forte”.

I rampolli di un Paese tradizionale, per cui l’Italia fa cagare sempre e comunque, ma guai a dire che un’etichetta Made in Italy non sia degna del suo nome.

Leoni sulla tastiera, e chiwawa quando si deve stare sul pezzo.

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Recentemente, ad un pranzo, ho avuto una conversazione sul valore dello studiare, del fare l’università.

C’è chi dice che non serva, che alla fine c’è troppo teoria, rispetto a quando poi si entra nel mondo del lavoro.

Quando “si diventa dei bimbi grandi”. Come se i CFU ce li avessero tirati dietro, o mandati in un pacco a Natale.

Ma vaffanculo, va’.

E io dall’altra parte del tavolo a quel pranzo, come prima di andare dal fiorista quel giorno – per prendere la corona di laurea, tra l’altro – dico che è un discorso che mi sta sulle palle.

Mi stanno sulle palle quelli che dicono che gli universitari non sanno fare niente, e anche gli universitari che danno loro modo di pensarlo.

Parlo di quelli che pagano gli studi e poi pretendono di avere subito un lavoro.

Badate bene: non sto dicendo che sia sbagliato l’obiettivo, solo che c’è modo e modo di ottenere qualcosa.

C’è il cercarlo, che è ben lontano dal pretenderlo.

E soprattutto, c’è il volerlo perchè si sente di meritarlo, o il volerlo per il semplice fatto che si ha pagato un’ Università.

Piccole sfumature di significato, ma spero vi rendiate conto di quanto siano abissali nella pratica.

Perchè ognuno dovrebbe essere in grado di crearsene una propria, di pratica. Senza stare a sindacare su quella degli altri, o della morosa o della zia.

Fatevi una coscienza vostra, un’opinione perdio. Una, una sola, e che si confronti con tante altre.

Misurate le parole, che poi una tira l’altra come le ciliegie fino a fare indigestione di saccenza.

E se passate dal forno Melli, prendetevi l’erbazzone.

 

 

 

 

 

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