Erasmus, cliché e karkadé

Oggi parliamo di un episodio accaduto più di un anno fa, mentre ero in Erasmus in Francia.

Premessa: tutto il secondo anno di magistrale l’ho passato a Montpellier. Un’esperienza bellissima di cui parleremo tra poco.

E’ successo che, un giorno, una mia collega dell’Università di Bologna mi ha contattato per una rubrica che raccoglieva le opinioni dei ragazzi che si trovavano all’estero in quel momento.

Si trattava, in pratica, di inviare una foto che rappresentasse la tua esperienza, allegando una frase o un pensiero che rispondesse alla domanda: “Cos’è per te l’Erasmus”?

Un pomeriggio al tramonto sono andata al Parco del Peyrou per trovare uno scatto soddisfacente, e ho inviato il tutto.

Un po’ di tempo dopo, vedo la foto pubblicata … con la didascalia modificata.

Se lo sto raccontando qui, per quanto io abbia molte meno views del blog di Compass Unibo, è anche per togliermi uno sfizio.

Più precisamente: per vedere le cose scritte e pubblicate come dico io, visto che è stato chiesto a me.

La foto che hanno pubblicato loro riportava la didascalia: “Diversità, adattamento, crescita”.

Va bene, ho puntato molto – forse troppo – sulla sintesi.

Però, io avevo inviato: “Diversità, adattamento, cliché“.

Sì, sì: cliché. Che mi sono anche detta, già che siamo en France

E niente, me l’hanno cambiato. Come se nulla fosse, sembrava una pubblicità della Mellin.

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Bene, ora che mi sono tolta questo dente un po’ per conto mio, vi spiegherò la mia accurata scelta lessicale.

L’Erasmus mi è piaciuto da matti, non sto dicendo che sono rimasta in Francia nove mesi a guardarmi le punte dei piedi mentre camminavo.

ANZI.

Ci tengo a precisare poi che questa roba della foto è successa quando ero in Francia da tre/quattro mesi, se non ricordo male.

Poco, a mio avviso, per avere un’opinione soddisfacente su un’esperienza che prende un anno della tua vita.

Perchè, grazie a Dio, per me un anno è ancora un sacco di tempo. E l’anno a Montpellier è stato intenso, ma non sempre bello.

Quando ho visto la foto pubblicata con il testo modificato, ho scritto alla mia collega di UniBo chiedendole il perchè.

Risposta: “Perchè cliché mi sa di stereotipo e non avrebbe dato una buona immagine all’Erasmus”.

Capiamoci … Io VOLEVO che fosse uno stereotipo. Nel caso non fosse abbastanza chiaro …

Quante persone hanno un’idea di Erasmus che si avvicina molto al non vedere l’Università neanche col binocolo, passare tutti gli esami lo stesso, e essere sbronzi sei sere su sette?

Molte. Corrisponde a verità? Molto. Perchè allora non dire le cose come stanno?

C’è una strana fobia che aleggia sul termine “stereotipo”, una specie di ansia elettrica che non ho ancora imparato ad assimilare.

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Spesso si pensa che avere degli stereotipi sia sbagliato, quasi immorale. Si ha la sensazione che qual qualcuno stia giudicando dalla copertina non solo il libro, ma anche l’autore, la casa editrice e la libreria.

Allora: cominciamo con lo stare molto calmi.

Innanzitutto, se gli stereotipi esistono c’è un fondo di verità. SEMPRE.

Il problema degli stereotipi non è averli, ma saperli accettare e anche superare.

Allo stesso modo sì, l’Erasmus per me è stato sotto molti punti di vista un cliché. Non mi ha sorpreso, né deluso. Me lo aspettavo esattamente così.

Per altri, è stata una scoperta continua. Ad esempio – vi giuro, non sto scherzando – a partire dal vivere completamente da sola.

Avevo una camera di 14 m2 compresi cucina e bagno, ho imparato ad amare gli spazi minuscoli, ed ero sempre da sola – anche perchè non c’era molto spazio per altra gente.

Io ve lo giuro, è stata una delle esperienze più difficili che abbia mai dovuto affrontare finora. Quando vivi da solo sei tu, con te stesso, punto.

Ci sono stati momenti in cui volevo quasi urlare, ma dopo un po’ di tempo ho imparato il piacere della solitudine.

Quella che vedete in foto è la finestra enorme che prendeva tutto il lato della camera, ero al quarto piano.

L’ho scattata il 5 settembre 2016, il giorno del mio arrivo. Ci ho messo circa un’altra ventina di foto per fare pace con quella colonna, piantata in mezzo al panorama.

Quella vista credo sia una delle cose che mi manca di più in assoluto.

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Tiriamo un po’ le fila del discorso: tutto questo per dire che non importa quanto una cosa o una persona abbia già un’etichetta, c’è sempre modo di osservarla da tutti i punti di vista.

OOHHH. Sono finalmente riuscita a dire la mia. Mi sento meglio.

Guarda caso ora la parola cliché mi piace anche di più. E’ ufficialmente entrata nel mio elenco personale di “Parole Belle”, insieme a “giunchiglia” e “bambagia”.

Un’altra parola che amo è “Karkadè”, e adesso me ne vado a bere uno.

Saluti e bisous.

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